Mondiali Marathon in Italia: il troppo stroppia ?

Vogliamo condividere una riflessione pubblicata su facebook da Massimo Panighel , CEO di Pedali di Marca e organizzatore dell’ultimo Mondiale Marathon alla Mythos di Fiera di Primiero. Accanto alla soddisfazione per l’Italia di potere ospitare tante rassegne iridate nel giro di pochi anni in questa analisi molto lucida ed approfondita emergono tutti i punti deboli di un movimento Marathon che stenta o sta lentamente perdendo la propria identità, tra gare importanti che si fermano (vedi Capoliveri) e altre, poche , che ritornano, vedi La Vecia Ferovia.

Qui di seguito il virgolettato di Massimo Panighel:

Il calendario internazionale della Mountain Bike Marathon (XCM) sta consegnando un’evidenza numerica che non può più essere derubricata a semplice coincidence o alla “sola” eccellenza organizzativa nostrana. L’assegnazione dei Mondiali XCM 2028 a Castro (Puglia), arrivata a ruota dell’evento appena celebrato in Primiero (2026), e già seguita da Val Gardena 2030 e dal Super-Mondiale in Trentino 2031, porta a quattro le rassegne iridate in Italia nell’arco di soli sei anni. Estendendo lo sguardo all’ultimo ventennio, con le edizioni del 2008 (Val Pusteria), 2011 (Montello), 2015 (Val Gardena), 2018 (Auronzo/Tre Cime) e 2021 (Elba), il verdetto è inequivocabile: l’Italia si è trasformata nella spina dorsale quasi esclusiva della disciplina a livello planetario.

Questo fenomeno rappresenta un riconoscimento della straordinaria competenza organizzativa italiana o è il sintomo manifesto di una crisi sistemica del movimento Marathon?

Da un lato, sarebbe ingiusto negare la qualità del sistema Italia. I comitati organizzatori italiani offrono garanzie economiche, competenze tecniche, percorsi spettacolari e una capacità ricettiva che poche altre nazioni sanno o vogliono mettere in campo per il settore Marathon. La Federazione Ciclistica Italiana e i promotori locali dimostrano una prontezza operativa impeccabile.

D’altra parte, però, l’iper-concentrazione di titoli iridati nello stesso Paese rivela la profonda fragilità globale della disciplina. Quando un Mondiale viene assegnato o riassegnato a seguito di rinunce da parte dei candidati originari, la “scelta” della UCI diventa una corsa al riparo. L’Italia è diventata il porto sicuro e il safe haven della Federciclismo internazionale semplicemente perché altrove mancano gli investitori, le amministrazioni disposte a rischiare e l’interesse dei grandi media. L’eccezionalità italiana non fa che mettere in risalto il disinteresse progressivo del resto del mondo per il format Marathon.

Un altro punto critico riguarda la governance della disciplina. Il progetto pionieristico portato avanti quest’anno da Pedali di Marca, puntava a riunire nella stessa sede e nella stessa cornice temporale i Mondiali Elite e Master. L’obiettivo era chiaro e strategico: creare un evento-festival capace di sfruttare la massa dei partecipanti amatoriali per sostenere la copertura economica dell’evento Elite e, al contempo, offrire agli amatori la suggestione di correre sullo stesso palcoscenico dei professionisti, dando linfa a un movimento in evidente flessione numerica.

Il ritorno alla separazione tra prove Elite e Master, con date e sedi differenti, rappresenta un’inversione di rotta che risponde più a logiche politiche e burocratiche che alla visione di sviluppo della disciplina.

Risulta esserci una perdita di attrattività commerciale perché separando il settore amatoriale da quello professionistico, si riduce l’impatto economico complessivo per i comitati locali e per gli sponsor.

Si origina uno scollegamento della base, non riconoscendo che il movimento Marathon vive della partecipazione amatoriale. Isolare la gara Elite rischia di trasformarla in un evento tecnicamente di alto livello ma spettrale dal punto di vista del pubblico e della partecipazione.

L’assegnazione a Castro per il 2028 è una bellissima notizia per la Puglia e per il ciclismo del Sud Italia, a dimostrazione che il know-how organizzativo sa spingersi oltre i tradizionali contesti alpini. Tuttavia, l’accumularsi di maglie iridate in Italia non deve nascondere la polvere sotto il tappeto.

Se l’UCI continuerà a usare l’Italia come usato sicuro senza affrontare la perdita di appeal del format Marathon a livello europeo ed extra-europeo, e se prevalgono logiche di frammentazione anziché di sintesi tra amatori ed elite, il rischio è di celebrare grandi feste locali all’interno di una disciplina che, fuori dai nostri confini, fatica a trovare un futuro.

Photo credit: Aldo Zanardi