Il Bike Festival di Riva del Garda è sempre un'emozione, per i top bikers, ma soprattutto per i bikers comuni, quelli che partono con l'unico obiettivo di portare a termine la gara. Un'emozione che ci racconta Silvano Busolli, del sempre attivissimo Bike Tribe Salgareda. Sabato mattina la sveglia è alle 6, ma sono già sveglio da un po'. Colazione veloce e poi giù nel garage dell'albergo con Luca e Massimo, miei compagni di squadra del Bike Tribe a prendere le nostre beneamate mtb. Usciamo, l'aria è frizzante, ma c'è già un bel via vai di bici che da Arco scendono verso Riva del Garda.
C'è un'atmosfera rilassata tra le decine di bikers che incontriamo, tutti con il numero già sulla bici: sembra che siamo invitati tutti alla stessa festa. Con la coda dell'occhio do un'occhiata ai numeri di pettorale: 1400, 1700, penso che questi ragazzi partiranno nel mio stesso blocco, scruto le loro bici, tutte o quasi rigorosamente full e mi domando come mai in Italia ce ne siano così poche al confronto con i tedeschi.
Immerso nei miei pensieri, mi rendo conto di essere già arrivato a Riva: che spettacolo saremo più di 2000, la città è già sveglia e c'è una strana euforia attorno a tutti questi appassionati di mtb. Vedo i big che affronteranno la Ronda estrema già sulla linea di partenza e mi chiedo dove trovino tutta quella forza. Io, mediocre biker della domenica, sono già soddisfatto di partecipare alla Ronda Piccola, figuriamoci se riuscirei mai ad affrontare una gara del genere.
Con qualche difficoltà, vista l'alta concentrazione di bici, riesco a raggiungere il blocco D, da dove, di lì a poco affronterò la mia sfida. Arriva anche Omero con Marta, orgogliosa di mostrare la sua nuova mtb appena acquistata su internet. Scattiamo qualche foto, forse più per scaramanzia che altro, poi ci viene a salutare Marie, la ragazza di Colonia conosciuta su Facebook, che ci aspettava per farci conoscere un po' di amici biker della sua terra. E' lei infatti che mi ha fatto conoscere l'organizzatore della Salzkammergut Trophy il giorno prima e già pregusto un week-end in Austria ancora prima di essermi misurato con la Rocky Mountain Marathon.
Manca poco al via: vedo solo facce sorridenti e mi piace anche il fatto di non capire il tedesco, perché così evito di sentire le solite "palle" che tutti i bikers raccontano prima e dopo una gara del tipo: "il mal di schiena non mi ha dato tregua ", "è una settimana che non sto bene", "sono uscito solo una volta nell'ultimo mese"...insomma un classico per giustificare il futuro risultato poco soddisfacente. E' bella l'atmosfera a Riva: sono in Italia, ma mi sembra di essere a Monaco di Baviera e francamente è bello così. Sfodero il mio inglese e nell'attesa scambio quattro chiacchiere con i ragazzi del mio blocco. La musica invade la piazza, lo speaker trascina pubblico ed atleti, il cronometro parte. Dopo i big, partono tutti gli altri ad intervalli regolari.

Ora tocca a me: non sono preoccupato come in altre Granfondo dove temo di non farcela. Qui mi sento a casa, in mezzo ad un gruppo di amici che non ti giudicherà per quello che sarà il tuo risultato.
Si parte: la lunga carovana prende la strada per Arco e così ho modo di rifare la stessa strada da cui sono arrivato. Sento un vociare allegro e continuo: credo di essere l'unico italiano in quel gruppo. Sento la voce di Luca e Massimo, poi i commenti di Omero, un autentico feticista della mtb che si è presentato al via con la sua Mantis. Si corre veloci, io però voglio andare con calma, la salita è lunga. Massimo ha la bella idea di cercare una barretta alla frutta nella tasca della maglia: gli esce di tutto e così anche il suo bel cellulare finisce sull'asfalto. Scopriremo alla fine della gara, che è riuscito a recuperarlo quasi intatto: era finito sul ciglio della strada e dunque nessuna mtb è riuscita a schiacciarlo!
Che bello vedere tutta questa gente colorata e soprattutto non avere il terrore di sentire quello dietro di te, magari in millecinquecentesima posizione, che ti urla incazzato nero, di spostarti perché deve passare! Davanti a noi 3 ragazze sculettano sulle loro Specialized. Si capisce che sono Americane e dunque provo ad ascoltare i loro commenti: è inutile, parlano in uno "slang" incomprensibile ed alla fine desisto. Arriviamo a Varignano ed inizia la salita: la conosco è dura, dunque l'affronto con calma. Infatti dopo 50 metri siamo quasi tutti fermi e si procede a piedi. Non c'è tensione, anzi c'è ammirazione per il paesaggio degli oliveti del Garda che stiamo attraversando: non c'è tempo per pensare che subito risali in bici e riparti. La salita non da tregua, ma oggi mi sento bene, anche se non ho dormito granchè. L'anno scorso in questo punto del percorso ero già cotto: adesso, forse perché mi ero preparato mentalmente e conoscevo il tracciato, doso le forze e vado tranquillo.
Il gruppo si diluisce pian piano: ogni tanto guardo dietro di me con la speranza di non essere l'ultimo. Incredibile dietro di me c'è una lunga scia. Che succede? Sto forse migliorando?
Mentre arrivo al borgo medievale di Canale e le pendenze tornano ad essere impegnative noto un ragazzone con ...la maglia da trasferta del Palermo! Non è Italiano, non è tedesco e dunque immagino sia un turista americano. "Hi Palermo", lo saluto e lui con un cenno mi fa capire che la salita si sta facendo dura anche per lui. Mi piace l'idea di familiarizzare con gente di altre parti del mondo e subito gli chiedo come si chiama. Mi risponde "Andrew, from Laguna Seca, California". Ma adesso vivo in Italia a Treviso. Caspita, che ci fa un Americano vicino a casa mia? Mi dice che lavora per una ditta italiana che produce selle per biciclette e subito l'argomento si fa interessante. Cominciamo a parlare e anche la sua compagna di corsa, una bella ragazza con gli occhi a mandorla commenta i nostri discorsi. Chiacchierando non si sente quasi la fatica e si arriva al ristoro. Non ci si ferma, stavolta mi sento bene e continuo. Caspita, la sua amica va davvero bene ed io, maschietto, per di più italiano, faccio fatica a starle dietro. Beh, se non altro mi godo il panorama del lago e anche quello offerto dal lato B della ragazza! Distratto da questi pensieri non mi sono accorto che sto arrivando al "salitone infinito" e comincio a rallentare. Dopo qualche centinaio di metri vedo il muro davanti a me: tutti rallentano ed io ho preparato la mia tattica. Non guardare avanti, ma guardare la ruota anteriore che scorre lenta.
Fatico comunque e la salita non finisce mai. Spero solo di riuscire a non scendere dalla bici e così è: il mio sforzo è premiato quando finalmente intravedo un falso piano e dunque prendo fiato. Da qui in avanti, se non ricordo male, le salite sono meno proibitive e soprattutto sono in mezzo al bosco: che meraviglia questa parte del Trentino! Andrew e la sua compagna vanno meglio di me e mi precedono. Io sto con Luca, che è sofferente alla schiena e mi affianca. Guardo l'altimetro e vedo 750 m slm, ne mancano ancora 400 al punto più alto della gara, ma sono ottimista. Mi sento stanco, ma sto bene, dunque procedo immerso nei miei pensieri e comincia a balenarmi l'idea di riuscire a migliorare il tempo impiegato lo scorso anno. Non è facile per uno che la bici la usa solo nel fine settimana, riuscire a prepararsi per una gara del genere, ma questa volta qualcosa di buono ho fatto. Immerso nei miei pensieri mi ritrovo al GPM e vedo il punto di ristoro: è d'obbligo una sosta dove tra una banana e una barretta ho anche modo di scambiare qualche battuta con i volontari che si prestano al servizio, tra cui qualcuno che avevo conosciuto quando la Transalp era transitata nel mio paese dove il nostro team aveva allestito il check point.
Da qui in avanti inizia una bella discesa: mi sento bene, stavolta ce la faccio. Riparto veloce e adesso è il momento di verificare la validità della mia full. Niente da dire: se uno non è proprio coraggioso nelle discese, avere una full aiuta notevolmente. Mi accorgo che riesco a stare in equilibrio anche su rocce sporgenti mentre altri biker timorosi scendono dalla bici: che succede? Sono forse diventato un esperto in discesa? Credo proprio di sì. Ne sono convinto e comincio anche a superare diversi bikers che prima in salita mi avevano mortificato. Adesso vado da Dio, la stanchezza è sostituita da una strana euforia: mentre corro verso il mio traguardo ammiro la bellezza della natura che mi circonda. Che bello essere un mountain biker!
Adesso ho un altro "discesone" su rocce e sassi: parto alla grande. Mi sento un equilibrista, ma comunque sgancio un pedale (lo so non si dovrebbe!) ed infatti quando meno te lo aspetti, comincio a perdere aderenza: davanti a me una biker di Romana (...è scritto sulla maglia!) scende in mezzo al tracciato con la bici a mano ed io non posso fare a meno di evitarla, finendo per cadere rovinosamente sul selciato. Che botta sul gomito; mi rialzo e chiedo se la signora sta bene, anche se l'avrei mandata a quel paese, ma si sa, noi bikers siamo gentleman anche quando sono gli altri ad essere in torto. Passata la paura penso alla mia mitica compagna di viaggio: guardo la verniciatura. E' ok, solo il freno destro nell'urto si è inclinato, ma non posso fermarmi a regolarlo, perché sto andando bene e vorrei scendere sotto le ...4 ore (vergogna dirà qualcuno!).
Riprendo non senza qualche acciacco, ma fin che c'è discesa posso riprendere fiato (si fa per dire: con tutte queste rocce non puoi concederti molte distrazioni). Arrivo nei pressi di Arco e so già che la salita tra gli ulivi è dura, me la ricordo dall'anno scorso, quando sfinito, ne feci un bel po' a piedi! Ma quest'anno va meglio: riesco a stare sui pedali e continuo. Riesco anche a superare qualcuno: non male per uno ce la bici la usa solo la domenica. E poi questo paesaggio è strepitoso: un angolo di Mediterraneo immerso nelle Alpi. Non so se chi abita in questi luoghi si renda conto di essere un privilegiato, ma credo proprio di sì.
Continuo a guardare il mio ciclocomputer: il tempo passa inesorabile e se penso che dopo il paesino di Ceniga ho ancora qualche bella salita, mi rendo conto che sotto le 4 ore non ci arriverò mai. Pazienza, l'importante è finirla. Ancora qualche bella salita tra gli ulivi sui lastricati in cemento: lo confesso la penultima salita è dura e la faccio a piedi!
Intravedo all'orizzonte il lago di Garda, so che adesso ho solo pianura e ripenso allo scorso anno quando fu una gentilissima e bella ragazza Ungherese a "tirarmi" fino al traguardo: mi domando dunque perché non passi nessuno. Poi sento il rombo della moto e mi volto: sta arrivando il 1^ della Marathon e penso di mettermi sulla sua ruota. Il tentativo fallisce miseramente dopo 20 secondi: questo va troppo forte davvero e dunque me ne faccio una ragione. Ne arriveranno degli altri spero. E così dopo un po' sono superato sempre da quelli della Ronda lunga o estrema, fin che a 2 chilometri dall'arrivo riesco ad accodarmi ad un "trenino" di 4-5 bikers che mi portano fino al traguardo. Entro a Riva, sento lo speaker tedesco che grida i nomi degli atleti che tagliano il traguardo e penso che sto facendo una grande cosa per uno che qualche anno fa non sapeva neanche cos'era una mtb: quando intravedo il traguardo sono felice e gli ultimi metri sul prato del Palazzo dei Congressi per me valgono come un oro all'Olimpiade.

E' FINITA, CE L'HO FATTA!
Il tempo impiegato chiederà qualcuno: non importa (l'ho comunque migliorato di 27 minuti), ma quel che conta è che ho vissuto di una giornata di sport straordinaria, di quelle che troppe volte in Italia non puoi assaporare, perchè c'è sempre e solo l'agonismo al primo posto.
Quando capiremo noi Italiani che lo spirito della mountain bike è quello che si vive in una gara come quella di Riva del Garda?
p.s. qualche settimana dopo, memore dell'incontro con Andrew, sono passato a salutarlo nella sua casa di Asolo in occasione della tappa del Giro d'Italia ed ovviamente l'accoglienza è stata davvero unica. A dimostrazione che la mtb è un ottimo modo per creare nuove amicizie!

Silvano Busolli - Biker della Domenica
fonte: solobike.it/Bike Tribe Salgareda
Pubblicata il: 14-07-2010